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Perché in Italia non ci sono casinò ovunque? La risposta è nella storia

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Chi visita Las Vegas, Monte Carlo o alcune città europee può avere l’impressione che aprire un casinò sia un’attività commerciale simile all’apertura di un grande hotel o di un centro di intrattenimento. In Italia la situazione è molto diversa. La domanda perché in Italia non ci sono casinò parte però da una premessa solo parzialmente corretta: i casinò fisici esistono, ma sono pochissimi e rappresentano eccezioni storiche a un sistema giuridico che non ha mai previsto una diffusione libera delle case da gioco sul territorio.

Le strutture tradizionalmente riconosciute sono quelle di Venezia, Sanremo, Saint-Vincent e Campione d’Italia. Non sono quattro casinò scelti attraverso una normale procedura commerciale moderna: ciascuno deriva da una storia normativa e amministrativa particolare. Per capire perché Milano, Roma, Firenze, Napoli o altre grandi città non abbiano semplicemente aperto strutture analoghe, bisogna quindi separare il casinò fisico dalle sale giochi, dal gioco pubblico autorizzato e, soprattutto, dal casinò online.

In Italia i casinò esistono, ma le case da gioco sono un’eccezione

Nel linguaggio quotidiano la parola casinò può indicare qualsiasi luogo nel quale si gioca con denaro, ma dal punto di vista storico e giuridico italiano una casa da gioco è qualcosa di molto più specifico. Roulette, blackjack, chemin de fer, poker e altri giochi da tavolo organizzati in una struttura dedicata sono stati tradizionalmente sottoposti a un regime molto diverso rispetto ad altre forme di gioco pubblico.

Il risultato è una geografia insolita. L’Italia non possiede una rete di casinò distribuita tra le principali città, ma conserva alcune case da gioco nate attraverso deroghe e provvedimenti specifici. I quattro nomi che ricorrono nella storia normativa sono:

  • Casinò di Venezia, legato a una tradizione di gioco che risale a diversi secoli fa;
  • Casinò di Sanremo, attivo nella città ligure e storicamente collegato anche alla funzione turistica della località;
  • Casino de la Vallée di Saint-Vincent, in Valle d’Aosta;
  • Casinò di Campione d’Italia, nell’enclave italiana circondata dal territorio svizzero.

Questa lista spiega già una parte del problema: non esiste una distribuzione costruita secondo popolazione, dimensione urbana o domanda potenziale. Roma non ha un casinò tradizionale, mentre Campione d’Italia, un comune di dimensioni molto inferiori, sì. La spiegazione non è economica nel senso moderno del termine; dipende principalmente dal percorso attraverso il quale alcune località ottennero nel tempo la possibilità di ospitare una casa da gioco.

La stessa Corte costituzionale ha affrontato questo particolare sistema, descrivendo le autorizzazioni esistenti come deroghe al generale divieto del gioco d’azzardo previsto dalla disciplina penale. È quindi più corretto pensare ai casinò italiani non come a una normale categoria commerciale numericamente limitata, ma come a eccezioni costruite storicamente intorno a determinati territori.

Il punto di partenza è il divieto generale del gioco d’azzardo

Per capire perché in Italia non ci sono casinò in ogni grande città bisogna partire dal principio opposto rispetto a quello che si potrebbe immaginare. Il sistema italiano non è nato stabilendo che chiunque possieda determinati requisiti possa aprire una casa da gioco; storicamente il punto di partenza è stato il divieto, sul quale sono state create alcune deroghe specifiche.

Gli articoli del codice penale dedicati al gioco d’azzardo hanno costituito per decenni il quadro generale entro cui si è sviluppata questa situazione. Le case da gioco di Venezia, Sanremo, Saint-Vincent e Campione sono riuscite a operare attraverso titoli e provvedimenti particolari che hanno consentito attività altrimenti incompatibili con il regime generale. Proprio questa origine rende il sistema molto diverso da un normale mercato basato sulla semplice licenza commerciale.

La Corte costituzionale ha più volte osservato la particolarità di questo assetto. Nelle decisioni dedicate alle case da gioco emerge infatti una tensione evidente: esiste un divieto generale, ma alcune località hanno beneficiato storicamente di deroghe che non sono state estese automaticamente al resto del Paese. Nel tempo sono state presentate diverse proposte per rendere la disciplina più organica, ma il risultato non è stato la trasformazione dell’Italia in un mercato aperto per nuovi casinò terrestri.

Questo è il motivo per cui l’espressione “in Italia i casinò sono vietati” è troppo semplice. Se fossero vietati senza eccezioni, non esisterebbero le strutture storiche ancora operative. È più preciso dire che l’esercizio delle case da gioco non è stato liberalizzato su scala nazionale e che le strutture esistenti derivano da eccezioni specifiche consolidate nel tempo.

Perché proprio Venezia, Sanremo, Saint-Vincent e Campione d’Italia

Guardando una mappa si nota immediatamente qualcosa: tre delle quattro località si trovano nel Nord Italia e diverse hanno una forte componente turistica o una posizione geografica particolare. Non è una coincidenza. Nella storia delle autorizzazioni alle case da gioco sono ricorsi motivi collegati al turismo, all’economia locale, ai bilanci degli enti territoriali e alla concorrenza esercitata dalle strutture presenti oltre confine.

Sanremo, per esempio, è una località turistica della Riviera ligure vicina alla Francia e al Principato di Monaco. Il suo casinò è parte della storia cittadina dall’inizio del Novecento e l’attuale società è soggetta alla direzione e al coordinamento del Comune di Sanremo. Anche Venezia ha costruito nel tempo un rapporto particolare tra turismo internazionale, intrattenimento e casa da gioco.

Saint-Vincent segue una storia differente ma altrettanto legata al territorio. La società Casino de la Vallée è oggi quasi interamente partecipata dalla Regione autonoma Valle d’Aosta, con una quota minore del Comune di Saint-Vincent. La stessa documentazione regionale indica tra le sue attività l’esercizio della casa da gioco e del complesso Grand Hotel Billia.

Campione d’Italia costituisce forse il caso geograficamente più particolare. Il comune italiano è circondato dal Canton Ticino e la casa da gioco ha avuto per lungo tempo un ruolo economico molto importante per il territorio. Dopo una fase di chiusura, il Casinò di Campione ha ripreso l’attività e oggi pubblica nuovamente informazioni su sale, giochi, servizi e orari.

Questi esempi mostrano perché sarebbe fuorviante cercare una singola regola del tipo “un casinò ogni X abitanti”. Le autorizzazioni italiane non sono nate da una pianificazione nazionale uniforme. Sono il risultato di percorsi specifici, accumulatisi in periodi storici diversi e successivamente mantenuti nel sistema.

Una sala giochi non è un casinò, anche se dentro si gioca con denaro

Una delle ragioni per cui la situazione italiana può sembrare contraddittoria è la grande diffusione di altre forme di gioco. In molte città si trovano sale dedicate agli apparecchi, punti scommesse, sale bingo e attività che ospitano dispositivi da gioco autorizzati. Vederle ovunque e contemporaneamente non trovare una roulette tradizionale in una grande città può far pensare che la normativa sia incoerente, ma si tratta di categorie differenti.

Le sale giochi operano attraverso regole specifiche e possono ospitare apparecchi appartenenti alle categorie previste dalla normativa sul gioco lecito. Comuni e autorità territoriali possono inoltre disciplinare aspetti come distanze da luoghi sensibili e orari. Una sala con numerose slot machine non diventa però per questo una “casa da gioco” nel significato storico attribuito ai casinò di Venezia o Sanremo.

Anche il bingo segue una propria disciplina. Lo stesso vale per le scommesse sportive e per numerosi prodotti distribuiti attraverso la rete del gioco pubblico. In altre parole, la scarsità di casinò terrestri non significa che in Italia esista poco gioco regolamentato: significa che la specifica forma della casa da gioco tradizionale è rimasta eccezionale.

Questa distinzione è essenziale quando si confronta l’Italia con altri Paesi. Due Stati possono avere un volume importante di gioco legale e contemporaneamente modelli completamente diversi per i casinò fisici. Contare soltanto gli edifici con roulette e croupier non descrive quindi l’intero mercato del gioco di un Paese.

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Il casinò online appartiene a un sistema completamente diverso

L’arrivo del gioco a distanza ha reso ancora più evidente la separazione. Una persona che vive a Roma può non avere una casa da gioco tradizionale nelle vicinanze e allo stesso tempo accedere legalmente a prodotti di casinò online offerti da concessionari autorizzati per il mercato italiano. Il fatto che non esistano casinò fisici in ogni città non significa quindi che roulette, slot e altri giochi siano assenti dall’offerta regolamentata nazionale.

Per il gioco online il riferimento istituzionale è ADM, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Il sistema funziona attraverso concessioni per la raccolta del gioco a distanza e ADM pubblica un elenco nel quale compaiono concessionario e sito associato. Si tratta di un modello completamente diverso rispetto alle eccezioni storiche attraverso cui sono nate le quattro case da gioco terrestri.

La distinzione produce anche situazioni interessanti. Casinò di Sanremo e Casinò di Venezia, pur essendo nomi storicamente associati alle strutture fisiche, compaiono anche nel sistema del gioco a distanza attraverso siti collegati a specifiche concessioni ADM. Il nome “casinò” può quindi oggi indicare contemporaneamente una casa da gioco reale e un servizio online, ma le basi autorizzative delle due attività non sono identiche.

Questo spiega anche perché non sia corretto applicare automaticamente al web la domanda relativa ai casinò fisici. L’Italia può mantenere un numero estremamente ridotto di case da gioco terrestri e contemporaneamente avere numerosi concessionari digitali. Sono due architetture normative che si sono sviluppate in periodi diversi.

Perché allora non aprire semplicemente nuovi casinò nelle grandi città?

Da un punto di vista puramente commerciale la domanda sembra logica. Città con milioni di residenti e grandi flussi turistici potrebbero apparentemente sostenere economicamente una casa da gioco. Il problema è che la possibilità di aprirla non dipende soltanto dall’esistenza di clienti potenziali o dalla disponibilità di un investitore.

Una normale attività commerciale può essere aperta quando l’impresa soddisfa le regole previste per quella categoria. Le case da gioco italiane, invece, si sono sviluppate attraverso deroghe e titoli specifici. Per creare una rete completamente nuova sarebbe quindi necessario intervenire sul quadro normativo e definire criteri generali: chi può ottenere l’autorizzazione, quante strutture possono esistere, chi le controlla, come vengono distribuite territorialmente e quale rapporto hanno con Stato, Regioni e Comuni.

Il Parlamento ha discusso più volte ipotesi di riordino o ampliamento. Le stesse decisioni della Corte costituzionale hanno evidenziato nel tempo l’assenza di una disciplina organica capace di spiegare in modo uniforme il trattamento delle diverse località. Il fatto che una materia possa essere riformata, però, non equivale all’esistenza di un diritto automatico ad aprire nuove case da gioco.

C’è inoltre una differenza tra autorizzare una quinta casa da gioco e liberalizzare realmente il settore. Nel primo caso si potrebbe aggiungere un’altra eccezione; nel secondo bisognerebbe creare un sistema nazionale nel quale numerosi operatori possano concorrere per ottenere licenze secondo criteri predeterminati. Storicamente l’Italia ha seguito soprattutto la prima logica, mantenendo un insieme molto ristretto di eccezioni.

La questione coinvolge poi temi che vanno oltre il turismo e le entrate fiscali. Qualsiasi riforma deve confrontarsi con prevenzione del gioco problematico, controlli antiriciclaggio, sicurezza, impatto locale e distribuzione territoriale dell’offerta. Proprio perché il casinò fisico concentra molti giochi in un’unica struttura, l’apertura di nuove sedi è una scelta regolatoria più complessa di una semplice autorizzazione commerciale.

Il paradosso italiano: pochi casinò fisici ma molte forme di gioco

La situazione diventa più facile da comprendere quando si smette di utilizzare “casinò” come sinonimo di tutto il gambling. In Italia esistono lotterie, scommesse, bingo, apparecchi da gioco, poker e casinò online all’interno di sistemi regolamentati specifici. Quello che rimane raro è l’edificio tradizionale nel quale convivono tavoli con croupier, roulette, blackjack, chemin de fer, poker e slot.

Per questo due affermazioni apparentemente opposte possono essere entrambe vere: l’Italia possiede un mercato del gioco ampio e, nello stesso tempo, ha pochissime case da gioco terrestri. Le due caratteristiche derivano dalla stratificazione della normativa. Nuovi prodotti sono stati regolamentati attraverso modelli più recenti, mentre i casinò fisici hanno conservato una struttura legata alle vecchie deroghe.

Anche le differenze territoriali diventano più comprensibili. La presenza di un Casinò a Saint-Vincent non significa che la Valle d’Aosta abbia ricevuto una licenza perché possiede più domanda di Roma o Milano. È il risultato di un percorso istituzionale specifico che non è stato automaticamente replicato altrove.

Lo stesso vale per Venezia, Sanremo e Campione. Ognuna di queste strutture porta con sé una storia amministrativa e territoriale che precede di molti decenni l’attuale mercato digitale. Cercare di spiegare la mappa odierna esclusivamente attraverso le dimensioni delle città produrrebbe quindi conclusioni sbagliate.

Quindi perché in Italia non ci sono casinò dappertutto?

La risposta breve è che i casinò fisici italiani non sono nati come un normale settore aperto a chiunque ottenga una licenza commerciale. Il sistema è partito da un generale divieto del gioco d’azzardo e ha mantenuto alcune deroghe legate a Venezia, Sanremo, Saint-Vincent e Campione d’Italia. È questa struttura storica, più che la mancanza di interesse del pubblico, a spiegare perché le case da gioco siano così poche.

Dire che “in Italia non ci sono casinò” è quindi tecnicamente sbagliato. Esistono, e nel 2026 le quattro strutture storiche continuano a essere riconoscibili nel sistema italiano. Ciò che non esiste è una rete di casinò terrestri distribuita liberamente tra le grandi città secondo una normale logica di mercato.

Nel frattempo il gioco pubblico ha seguito altre strade. Sale giochi, bingo, scommesse e soprattutto gioco online sono stati regolamentati con strumenti differenti, tanto che oggi un utente può accedere a prodotti di casinò autorizzati online anche vivendo a centinaia di chilometri dalla più vicina casa da gioco fisica.

Il vero contrasto italiano non è quindi tra “gioco consentito” e “gioco vietato”. È tra categorie regolamentate attraverso sistemi diversi e nate in periodi storici differenti. Le quattro case da gioco sono il residuo più visibile di questa evoluzione: poche, territorialmente concentrate e impossibili da spiegare senza guardare alla storia delle loro autorizzazioni.